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Le nostre emozioni nella pancia

Di Sara Lindaver – Psicologa Psicoterapeuta

Il disturbo del colon irritabile non è identificabile come una vera e propria malattia in quanto tuttora non presenta dei correlati organici che ne definiscano e spieghino la natura è ad oggi considerato uno dei malesseri fisici maggiormente associati a componenti psicologiche.

Da ormai molti anni si è sviluppata ed è sempre più in evoluzione una disciplina chiamata Psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI), la cui complessità del nome ben identifica la complessità della materia di cui si occupa ovvero il rapporto fra le nostre emozioni, il sistema nervoso, endocrino ed immunologico. Questa disciplina è nata proprio dalla scoperta di una neuroscienziata, Candace Pert, per cui alcune molecole responsabili dello scambio di informazioni riguardanti aspetti emotivi all’interno del cervello sono state ritrovate a livello intestinale. Da questi studi nasce e trova fondamento scientifico l’idea per cui la nostra pancia è un po’ il nostro “secondo cervello”.

Del resto fanno parte del senso comune espressioni del tipo “farsela addosso dalla paura“, “avere strizza“, “avere un peso sullo stomaco“.

Ma come è possibile trovare un senso a livello psicologico ad un disturbo come quello del colon irritabile?
Il disturbo del colon irritabile è caratterizzato dall’alternarsi delle modalità di funzionamento del nostro intestino. Le persone che ne soffrono si trovano spesso ad affrontare periodi di stipsi alternati a periodi di scariche più frequenti e/o di diarrea.

Le persone che incontro con questo tipo di difficoltà spesso hanno già più volte chiesto un consulto medico per questa loro sintomatologia e altrettanto spesso non sono state in grado di trovare una cura vera e propria quanto piuttosto dei palliativi per i sintomi.

Il disturbo del colon irritabile di frequente può andare ad influenzare la quotidianità delle persone che si trovano a dover rinunciare ad alcuni impegni presi per improvvise scariche di diarrea o ad aver il timore di uscire di casa o di andare in posti dove non vi sono bagni disponibili nell’eventualità in cui fossero colti dall’urgenza di un bagno.

Il mio lavoro in questi casi si orienta in due direzioni: da un lato cerco assieme alla persona di dare un senso a questo malessere, dall’altro lato cerco di favorire la persona nel mantenimento di una quotidianità il meno possibile inficiata da questo disturbo.

Per cercare di dare un senso al disturbo del colon irritabile, chiedo alla persona di raccontarmi come sono comparsi e come si sono evoluti i sintomi con particolare attenzione a tutti gli altri aspetti della sua storia personale e familiare che nel frattempo possono essere mutati. In alcune situazioni può essere utile tenere un cosiddetto “diario della pancia” ovvero un quadernetto o delle note sul cellulare che ormai tutti noi abbiamo sempre a portata di mano dove annotare tutti gli episodi significativi della propria quotidianità, le emozioni esperite e dall’altro lato il comportamento della propria pancia.

Dalla lettura di questi “diari” spesso risulta evidente come i periodi di stipsi siano maggiormente associati a momenti in cui la persona ha sentito la necessità di mantenere il controllo su molte situazioni e più in generale sulle proprie emozioni mentre dall’altro lato i periodi caratterizzati da scariche diarroiche sembrano più di frequente connessi a situazioni in cui la persona si sente di non poter farcela a gestire tutto e si lascia andare.
Nel lavoro clinico, a partire da queste possibili letture, assieme alla persona cerco di affrontare il tema dell’importanza di avere tutto sotto controllo e di cosa implica per la persona rinunciare o cedere a parte di questo controllo.

A fianco a questo tipo di lavoro trovo fondamentale sostenere la persona nel mantenimento della sua quotidianità, indicando eventualmente anche alcune tecniche cognitivo-comportamentali che possano far sentire la persona “padrona” del proprio sintomo, in grado di gestirlo e di affrontare le emozioni ad essere connesse.

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