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Diritti e società: STRASCICHI DEL MILLENOVECENTO di Nerina Garofalo

BERGGASSE STRESS … STRASCICHI DEL MILLENOVECENTO

Il blog di Nerina Garofalo

8 novembre 2022

La pagina che vi propongo oggi è la fotografia di una società in mutazione dall’accadimento del covid.

Mi ha fortemente coinvolto quanto scrive Nerina perché il suo sguardo sugli eventi, anche quelli più tragici e di cui si parla in negativo, poggia su scenari in fin dei conti non catastrofici.

Chi di noi non ha tratto da situazioni difficili qualche spunto di riflessione, nata da modi di vivere capaci di adeguarsi ad esse con intelligenza?

Così è stato anche quando ci siamo trovati ad essere chiusi in un drastico isolamento e  a dovere fare i conti con l’impossibilità di guardarsi negli occhi da vicino, toccando le mani dell’altro, abbracciando l’altro, lavorando gomito a gomito. Ad esempio, io ho vissuto quel primo periodo di covid, facendo lezione da casa e trovandomi, durante le lezioni a distanza, a vivere nelle case dei miei alunni, tra un “Posso andare in bagno” ed un “Cosa vuoi da mangiare per pranzo” delle mamme;  magari tutti vestiti a metà, sospesi tra pigiama, pantofole, occhi assonnati…

Strano e ripensandoci anche straordinariamente umano.

 

Diario intimo “no post” covid

 

Da un po’ di tempo (orientativamente dal Covid, che ha reso le Videochiamate una salvifica abitudine, una possibilità di vedersi oltre la “maschera”, magri senza) rilevo una incrementale confidenza e contaminazione di pubblico e privato. Altro che anni 60 e 70. Tutti noi che rispondiamo spesso, salvo che con clienti conclamati, nelle condizioni più diverse e private. In pigiama, coi capelli del risveglio, dal letto, mentre pranziamo, prendendo un caffè. Il Covid 19 ci ha reso più umani. Non solo fra parenti e amici, anche nelle comunità professionali, nei gruppi di militanza.

 

 

 

Una confessione cinematografica che avrebbe amato Truffaut, del nostro io profondo, quello che mentre lavora e comunica “è”. Un po’ comodo nelle proprie fragilità, o magari immerso in una sperimentazione identitaria. Nuovi look, scelte estreme.

 

Perché, in fondo, parliamo da casa. Si verifica quello che Maturana e Varela rilevavano negli anni 90, al diffondersi delle email, notavano: un abbassamento delle gerarchie, una sorta di aggressività del sé che si affermavano schermati nelle relazioni dalla distanza e dalla scrittura.

 

Il paradosso che noto con curiosità è il passaggio di molti alla dimensione espulsiva, in genere liquida, durante alcune le videochiamate. Il chiamante e la chiamante, garantiti dal fatto che insomma, comunque siete andati voi a casa sua, a un certo punto della conversazione oscura e il video dice: “scusa, passo un attimo dal bagno”. O anche, più disinvoltamente, si reca in bagno e in piedi o assis@, mette il “mute” e riprendendo dice: “scusa, senti rumore perché tiro l’acqua”. ”Altri non dicono nulla e occultano, ma lo capisci dai silenzi e dal cambiamento di passo che,passo passo, ti descrive un percorso. Credo lo si sia fatto tutt@, in questi due anni, prima o poi. Ognuno a modo proprio. Quando lo fa una femmina, penso sia una sorta di intimità amicale impagabile. Quando lo fa un uomo un po’ mi fa sorridere, essendo cosa cinematografica immaginare che parli con l’oggetto del benessere espulsivo in mano. Credo che la realtà pandemica ci abbia reso più onesti e oneste, confidenti, al sicuro nella dualità di whatsup, nella gruppalità di zoom. Ci mostriamo anche stanchi, non performanti, esistenzialisti e un po’ verdoniani, ci esponiamo alla visione di noi, e cerchiamo di riconoscere nell’altro quell’aria da vicini di casa, da ragazzini di Sergio Leone. Prima o poi mangeremo una charlotte mentre qualcuno ci propone un seminario, magari dicendo che in fondo va bene così. Ed è vero. Ci rende autentici, anche se potremmo essere forse più attenti al confine dell’altro. Ho amici, colleghi, maestri, inappuntabili. Donne e uomini. Raramente apparsi in video call se non assolutamente a proprio agio nella loro perfezione di capelli e barbe a posto, giacche da camera eleganti, seducenti sottovesti mattutine o accappatoi che sono morbidi fin qui. Io li adoro, perché attraversano la tragedia epocale di guerra, pandemia, medicalizzazioni, sterilizzazioni, irruzioni atomiche con una salvaguardia che come uno scafandro dolcissimo eleggono a protezione visiva dalla loro paura, incertezza, assenza di senso che sono a volte anche le mie. Sono l’altra parte di una luna che ha solo un luogo madre vuoto dentro, e che ognuno di noi nutre di placenta come può. Ecco, a tarda sera, questo piccolo diario. Volevo forse, solamente, per non pensare buio, “dormirmi addosso”.

 

 

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